In libreria dal 6 Ottobre, già prenotabile dal sito di Altreconomia, Civiltà solare è il libro che sfata i più radicati luoghi comuni sull'energia e indica la strada da percorrere per completare il cambiamento. La transizione energetica è in atto: dopo coketown, motor city e atomic city... quando approderemo a solar city?

La ricostruzione dell’evoluzione energetica e il ruolo dell’energia nella trasformazione della società e dell’ambiente è l’appassionante argomento del primo capitolo del libro: dalla legna al carbone e dal petrolio all’energia atomica. Al termine di questa evoluzione Gianluca Ruggieri – coautore del libro insiema a Fabio Monforti - ci prospetta tutto sommato un saldo positivo (anche se al lordo dell'incognita delle scorie nucleari) che ha sin qui migliorato le condizioni di vita di una popolazione in progressivo aumento.

Abbiamo fatto qualche domanda a Gianluca - amico di Retenergie di cui è socio fondatore.

Nel libro confermi che “la diffusione di Homo Sapiens ha cambiato in profondità il pianeta terra grazie a una vasta deforestazione già da diversi millenni”. Quando e perché l’atavico conflitto tra l’uomo e la natura è diventato insostenibile?

Che l’impatto umano sul pianeta terra sia rilevante è quasi un’ovvietà. Già a fine ‘800 Antonio Stoppani rilevò anche a livello geologico l’impatto del genere umano, coniando il concetto di era antropozoica. In anni più recenti si parla di Antropocene e ad agosto di quest’anno il gruppo di lavoro sull’antropocene ha deciso di proporre l’inserimento ufficiale di questa era geologica all’International Union of Geological Sciences.

 

Personalmente però, piuttosto che parlare di conflitto tra uomo e natura, preferisco un approccio sistematico, in cui si ragioni del genere umano come facente parte della natura e degli ecosistemi. Homo sapiens, come gli altri esseri viventi, ha partecipato a una coevoluzione degli ambienti che ha abitato. In questo quadro, molte specie vegetali e animali hanno probabilmente sfruttato l’azione del genere umano per affermarsi sul pianeta a scapito di altre. Mi pare da questo punto di vista molto interessante il lavoro di Guido Chelazzi che in “L’impronta originaria - Storia naturale della colpa ecologica” (Einaudi 2013) discute di questi temi in un immaginario processo contro il genere umano, attingendo alle più recenti scoperte scientifiche in innumerevoli campi. Sul quando esattamente, ognuno potrà darsi una propria risposta. Certamente qualcosa di inedito è successo tra il 1850 e oggi.

Coketown, motor city, atomic city… Sembra che il gas non sia stato abbastanza rivoluzionario per affermarsi: perché non c’è stata gastown e invece dovrebbe esserci solarcity, la città della “Civiltà solare”? Spiegaci il concetto di cluster, di cui parli nel libro, e spiegaci qual è o srà il cluster delle rinnovabili.

Il cluster è la combinazione tra una fonte di energia e una tecnologia che ne consente un rapido sfruttamento. I cluster una volta messi in opera sono in grado di determinare un’evoluzione rapidissima in ambito sociale, economico e ambientale.

 

Ad esempio l’introduzione della macchina a vapore consentì un rapido sfruttamento di una risorsa ben nota (il carbone) ma che fino a quel momento veniva utilizzata poco. Da questo cluster ebbe origine la diffusione della rete ferroviaria, la produzione massiva dell’acciaio e più in generale l’affermarsi dell’industria manifatturiera. Più recentemente il cluster tra petrolio e automobile ha dato sviluppo al modello fordista di industria, all’aeronautica, … Questi due concetti di cluster li abbiamo presi in prestito da un bellissimo libro di uno storico dell’ambiente (John R. McNeill, “Qualcosa di nuovo sotto il sole – Storia dell’ambiente nel XX secolo”, Einaudi 2002). Abbiamo poi introdotto quello tra legna e produzione di ferro e altri metalli (dell’epoca pre industriale).

 

Potremo verificare quale sarà il cluster delle rinnovabili probabilmente solo tra qualche tempo. Per il momento ci sono diverse visioni in campo. Ad esempio Jeremy Rifkin in “Economia all'idrogeno - La creazione del Worldwide Energy Web” (Mondadori, 2002) teorizzava che l’idrogeno potesse essere il fulcro dello sviluppo delle rinnovabili, ma almeno finora non è stato così. Se dovessi fare una fotografia degli ultimi due o tre anni ti dovrei rispondere che al momento il candidato principale al cluster rinnovabile è la combinazione fotovoltaico più batteria. Ma un ruolo lo potranno avere anche le automobili elettriche che potrebbero diventare dei sistemi di produzione e accumulo mobili e distribuiti (come nella visione di Amory Lovins).

 

In un campo completamente diverso un altro cluster importante è quello degli edifici a consumo zero, dove la qualità dell’involucro riduce al minimo il fabbisogno energetico, consentendo che possa essere fornito da una pompa di calore elettrica alimentata da fonti rinnovabili prodotte direttamente sul luogo. E potremmo continuare. Forse una delle caratteristiche che avrà la transizione verso le rinnovabili è proprio il fatto che non ci sarà un cluster solo a dominare la scena ma un sistema eterogeneo di innumerevoli tecnologie destinate a rafforzarsi reciprocamente.

Voi scrivete che  “è il compito della generazione che oggi frequenta la scuola superiore o l’università trasformare la civiltà del petrolio e delle altre fonti fossili in quella del sole, del vento e delle rinnovabili”. Poichè non credo che vogliamo fare il solito di giochino di attribuire tutte le responsabilità a chi ci ha preceduto e a chi verrà dopo di noi, la gestione della transizione riguarda noi e ora. Anche se qualcuno potrebbe chiedersi,  “perché dovremmo affrontare una transizione e abbandonare il nostro attuale modello energetico? In fondo, almeno nei Paesi sviluppati, ne stiamo traendo ampi vantaggi e non possiamo certo lamentarci dei servizi che riceviamo”. Ecco, perché dovremmo, proprio ora, spingere sulla transizione alle rinnovabili, peraltro già in corso?

Forse semplicemente perché oggi è finalmente possibile. In altre parole questa generazione ha la possibilità finora inedita di fare in modo che il benessere delle persone non produca impatti ambientali inaccettabili. Questo significherebbe migliorare la qualità della vita da molti punti di vista, compreso quello dell’integrazione nei cicli naturali. Credo che in un’epoca in cui è complicato dare alle generazioni più giovani delle prospettive di futuro positive, questo tipo di visione sia quello che serve.

Quasi tutti sappiamo che il problema delle rinnovabili è l’intermittenza e pertanto la vera sfida sono i sistemi di accumulo. Dobbiamo immaginare montagne di batterie o possiamo pensare ad altro? Come possiamo accumulare grandi quantità di energia?

Le tecnologie per l’accumulo sono tantissime. Alcune sono più adatte ad essere utilizzate in impianti di grandi dimensioni che possono operare come regolatori della rete elettrica. Penso ad esempio a grandi impianti ad aria compressa che sfruttano come accumuli dei vecchi giacimenti sotterranei dove si accumula aria sotto pressione quando la produzione di elettricità è superiore alle esigenze della rete per poi utilizzare tale pressione per produrre elettricità quando serve. Ma questo è solo un esempio. Anche i biocombustibili possono avere un ruolo di accumulo dell’energia solare, che può essere raccolta d’estate e utilizzata d’inverno. Mentre sembra ancora lontano il momento in cui gli accumuli ad idrogeno possano giocare un ruolo significativo.

 

Altre tecnologie possono essere utilizzate su scala più piccola, come le batterie. Alcune parti del libro sono state scritte in treno su un computer portatile alimentato da batterie: gli accumuli sono già intorno a noi e lo saranno sempre di più. Parliamo di un computer che è stato progettato per ridurre al massimo i propri consumi e che può funzionare fino a otto ore senza essere alimentato dalla rete. Se non si fosse lavorato tantissimo sul fronte dell’efficienza energetica questo risultato sarebbe impossibile. Quindi, per quanto mi riguarda, il primo passo per la transizione è la riduzione drastica dei consumi energetici.

Dobbiamo virare tutti i nostri consumi - anche quelli termici – dal calore all’elettricità. Un cambiamento culturale non da poco, che riguarda anche la mobilità. Tutto questo non inciderà un po’ sulle nostre abitudinim che dovremo giocoforza cambiare?

Molte delle nostre abitudini sono fossili, nel senso che sono diventate abitudini grazie alle fossili e grazie ad alcune caratteristiche delle fonti fossili. Utilizzare l’automobile per gli spostamenti urbani ad esempio è totalmente inefficiente e provoca una serie di conseguenze negative che credo sia inutile elencare. Ma l’automobile è fatta così perché doveva portare in giro un motore a combustione interna e un serbatoio. Se non usiamo più le fossili non dobbiamo più necessariamente usare automobili come le conosciamo. Nei prossimi anni assisteremo a un fiorire di mezzi di trasporto alternativi che oggi fatichiamo anche solo a immaginare.

Anche le rinnovabili sono piene di trappole, ne trattate nel libro: come se ne esce?

Rinnovabile non significa necessariamente a basso impatto ambientale o sociale. Nel momento in cui le fonti rinnovabili diventano economicamente competitive, il loro sfruttamento si porta dietro gli stessi rischi di qualsiasi altra industria o tecnologia. Tra le persone che hanno ispirato questo libro citiamo Berta Caceres, assassinata nel marzo 2016.

 

Caceres aveva vinto il Goldman Environmental Prize nel 2015 per aver capeggiato il movimento che si era opposto alla costruzione di un'enorme diga in Honduras. I lavori per l’impianto, iniziati senza alcuna consultazione con le popolazioni locali, avrebbero avuto enormi impatti sulla vita della popolazione indigena dei Lenca. Caceres ha probabilmente pagato con la vita per aver impedito a interessi criminali di realizzare enormi profitti con un impianto tecnicamente rinnovabile.

 

Più vicino a noi, alcune inchieste giudiziarie hanno evidenziato le infiltrazioni della criminalità organizzata nel mercato dell’energia eolica. Credo che da questo punto di vista un approccio che preveda fin da subito il coinvolgimento delle popolazioni locali possa ridurre significativamente i rischi che le trappole di cui parli possano effettivamente scattare. Con questo approccio è anche più facile superare la classica sindrome Nimby che troppo spesso scatta proprio a causa di esperienze negative precedenti.

 

La diffusione territoriale delle rinnovabili dovrebbe proprio aiutare l’affermarsi di un modello di democrazia energetica che però ha bisogno di un quadro normativo adeguato oltre che della disponibilità di ciascuno di noi di mettersi almeno un po’ in gioco direttamente.

Tu sei socio fondatore di Retenergie, la cooperativa di produzione di energia da fonti rinnovabili con l’azionariato popolare che della democrazia energetica ha fatto il proprio fare e obiettivo, e e siedi nel CdA di ènostra. Davvero quando avete costituito Retenergie nel 2008 pensavi che sarebbe successo tutto questo? Che sarebbe stato tutto così veloce?

Hai ragione, negli ultimi anni abbiamo assistito a una accelerazione sconvolgente degli eventi, praticamente impossibile da prevedere. Nel libro ricordiamo come persino Greenpeace e i produttori di fotovoltaico abbiano sbagliato le previsioni in maniera eclatante. Ma tutto questo è stato possibile grazie a un enorme lavoro precedente che forse non era altrettanto visibile ma che evidentemente stava preparando le condizioni al contorno ideali. Il primo summit dei capi di governo organizzato dall’Onu e dedicato alle questioni ambientali si svolse nel giugno del 1992 a Rio de Janeiro. Io allora ero uno studente di ingegneria ambientale e ricordo bene l’urgenza con cui alcune questioni vennero poste. Lo stesso protocollo di Kyoto è del 1997, quasi vent’anni fa.

 

Retenergie nasce nel 2008 perché solo allora si erano create le condizioni perché avesse senso una esperienza del genere. Ma quante iniziative sono state realizzate prima e dopo? Tutto ha aiutato, l’azione più strettamente politica/movimentista, la ricerca scientifica e tecnologica, gli investimenti di enti pubblici e privati come le direttive europee e l’azione di governi nazionali ed enti locali. Questo è quello che mi fa essere ottimista per il futuro: non c’è un gruppo di visionari che sta facendo cose interessanti in una nicchia sociale di cui nessuno si accorge. È tutta la società a muoversi, anche se con modalità e ruoli molto diversi.

Pensi che esperienze come quella di Retenergie e ènostra - e delle altre Coop energetiche sparse per il mondo - rappresenteranno un modello tale da essere ricordato tra 10.000 anni quando qualcuno parlerà dell’epoca della Civiltà Solare?

Spero di no, spero che nessuno tra 10.000 anni si ricordi di Retenergie e di ènostra  ;-) Spero però che questo ventunesimo secolo possa finalmente concretizzare lo sviluppo sostenibile. Il concetto di sviluppo sostenibile è stato spesso utilizzato a sproposito in questi anni ed è un’etichetta forse un po’ usurata. Ma se ci rifacciamo alla definizione del 1987 del rapporto Brundtland (un “processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l'orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali”) forse ci accorgiamo che non potremmo desiderare di meglio. In questo quadro credo che il ruolo delle comunità, magari attraverso lo strumento delle cooperative, possa essere importante.

Intervista a cura di Daniela Patrucco - Il libro può essere acquistato sul sito di Altreconomia